L E N


Leonard Stravinskij è a pezzi. Sessantatre anni sulla schiena, trecentosedici contratti portati a termine, infiniti omicidi. Cadaveri come pezzi di vetro conficcati nella testa, a sanguinare. Un killer, il migliore; o quasi. Ma niente che lo risparmi dalla vecchiaia, dalla stanchezza, da quel male banale che gli divora il cervello. Leonard Stravinskij ha l'Alzheimer: emorragia di ricordi, sprazzi di lucidità, difficoltà motorie, il tutto destinato a peggiorare. E la sua vita, e i suoi ricordi, stanno iniziando ad andare - lentamente - in frantumi. Questa è la sua storia. Non ha senso leggerla in ordine cronologico perché un ordine cronologico non ce l’ha. Qua sotto trovate le schegge del suo passatopresentefuturo. "Schegge come indizi". Immergetevi, vagate come preferite. Partite da una qualsiasi parola chiave, una qualsiasi scheggia. Un qualsiasi indizio. Tracciate una linea. Createvi un ordine da voi, un percorso. Create una vita, mettetene insieme i frammenti. Cercateci un senso, magari. Una vita, comunque, vale l’altra.

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frantumi
sabato, 26 agosto 2006

Comunicazione di servizio

Mi scuso per il vegetare del blog ma son stato quasi un mese senza computer. Rimedierò a breve.

D.

non ricordo altro... ore 19:53 | link | commenti (7) | schegge come indizi: comunicazioni di servizio
mercoledì, 05 luglio 2006

"Mother, you had me but I never had you / I wanted you but you didn't want me" John Lennon - Mother

Le mani di mia madre odoravano di pesce. Ho ricordi vaghi di quando ero bambino, ma quei momenti... quelli lì... quelli me li ricordo bene. Un incubo, di notte, qualche urlo, e mia madre che accorreva a coccolarmi... e poi quell’odore... non lo dimenticherò... non lo dimenticherò mai. Mia madre lavorava in una pescheria, era proprietario un grassone coi baffi che sudava e bestemmiava. Parlava una lingua diversa dalla mia, e ogni tanto mi chiedevo che cosa diavolo dicesse, tra sé e sé. Come ho già detto probabilmente bestemmiava e basta. Quello lo sapeva fare in tutte le lingue. Se la prendeva anche con mia madre... spesso. E ogni tanto le dava uno schiaffo. Risuonava per tutto il negozio. Io non capivo perché lo facesse... col senno di poi magari erano amanti... che cazzo ne so. Per me erano robe complicate, troppo. Ero un ragazzino... che ne sa un ragazzino. [...] Mio padre. Mio padre invece non lo ricordo affatto. Io.. credo di averne avuto uno, naturalmente. Però... forse se n’è andato... forse è morto. Non ricordo, giuro. So solo che non c’era, e allora mia madre lavorava in quella pescheria di merda e puzzava di pesce, e mi accarezzava di notte, e così... quelle cose che fanno le madri. Secondo me era una buona madre. Però io ero un bambino di merda, e non so se la amavo. Cioè... oddio... è difficile da dire però... c’è tanta retorica ma... io non penso che un bambino sappia davvero se ama qualcuno... qualcosa. C’hai tutti quei piccoli sentimenti... istintivi... come un gatto o un cane, chessò... e arriva un momento che ti chiedono se vuoi più bene al papà o alla mamma... beh per me era più facile che un papà non ce l’avevo e... beh mi chiedevano solo ma tu vuoi bene alla mamma? e tu mica puoi dire che non capisci... ti prendono per scemo... cioè, io avevo da giocare ai pirati... che cosa volevano da me... [...] Cristo. Quando sono stato più grande ho fatto tanti sogni su mio padre e... boh... in ogni sogno faceva una fine diversa... sparato arrestato impiccato fuggito con una donna... sogni avventurosi o noiosi. A mia madre non chiedevo niente perché lei ogni tanto se ne usciva con un: quello stronzo di tuo padre, se fosse qui... e poi piangeva, quindi non facevo domande, io. Però mi pare che qualche volta mi abbia parlato di lui. O forse l’ho sognato. Il fatto è che ora non so... non so più distinguere i sogni da... dai ricordi e... magari è morto e basta. [...] La cosa che mi fa impazzire è che con questa malattia del cazzo inizia a confondersi davvero tutto, e la faccia di mia madre scompare... è... sfocata. Ho in mente singoli episodi ma è come se... galleggiassero... nel fango. E tutto diventa merdosamente scuro e affonda. Solo quell’odore. Quello lo ricordo. Non c’entra niente con la testa, c’entra col naso. [...] Quel bastardo ciccione... son sicuro che se la scopava... e lei pur di lavorare... aveva me da tirar su... bambino stronzo che neanche sapeva se l’amava. Secondo me lui era pure impotente. Infame grassone. Per questo la picchiava. È una cosa che i maschi fanno sempre. Come se... ci fosse sempre una Lei su cui scaricare le proprie ridicole magagne. O magari sto sparando cazzate e farnetico. Appena hai qualche buco nel cervello prendi a fantasticare e trasformare qualsiasi storiella in un film strappalacrime. Lei alla fine in quella pescheria ci lavorava. Forse era solo che non sapeva pulire bene il pesce. [...] Io... avevo qualche amichetto. Di quelli che ci fai le schifezze insieme... ammazzi gli animaletti... sbirci le ragazzine... ricordo una volta che uno di loro... degli amichetti... mi fece incazzare. Disse che mia madre era una prostituta. O bagascia... so solo che dovetti cercarlo sul dizionario. Poi andai da lui e gli diedi un pugno, facendogli saltare un paio di denti. Suo padre voleva menarmi ma, dopotutto, erano solo denti da latte. Potevo ritenermi fortunato, diceva il bambino, che suo padre avrebbe ucciso me e anche mio padre, se solo ne avessi avuto uno. Aveva le lentiggini e gli puzzava il fiato. Lo odiavo... sì... ne sono sicuro... lo odiavo. Se anche non mi avesse detto niente magari l’avrei pestato uguale. [...] Ecco... vedi qual è il problema... con questo colabrodo di testa potrebbe pure... potrei essermi inventato tutto. Magari quello l’ho pestato e basta. Sì... lo odiavo e l’ho pestato. I bambini sanno essere cattivi. Più degli adulti. È cattiveria pura... non ragionata. [...] Quella volta mia madre mi diede uno schiaffo... poi mi abbracciò. Questa è la parte che ricordo meglio, ovviamente, perché ha a che fare con l’odore di mia madre. Per dio... preferirei dire che odorava di rose... o bucato, ma io non avevo quel tipo di mamma lì. La mia odorava di pesce perché si faceva il culo in una pescheria, con un tizio sudato che forse la chiavava pure sottobanco. O forse no. [...] Dovrei informarmi se è ancora vivo, quello stronzo. Lo ammazzerei volentieri. Come si chiamava la pescheria? [...] Era greco, lui... ne son quasi sicuro. Si chiamava... Petros? O forse è il nome di uno degli altri mille coglioni venuti dopo... [...] Maledizione. Non mi ci abituo. Non mi ci abituo. Sto cercando di tenere la memoria allenata, faccio libri su libri di giochini, tengo dei diari. Ho comprato un libro sull’autocondizionamento... o come si chiama. Ho un mazzo di carte del Memory. Lo porto sempre con me. E ora... [...] Non serve a niente. [...] Mia madre si era comprata questo grosso blocco di sapone di Marsiglia. Ci si strofinava le mani tutte le sere. Una notte mi son alzato per fare pipì e l’ho trovata in bagno che piangeva. In terra c’erano pezzi di sapone. Ovunque. Uno schifo. Si scivolava. Lei allora mi chiama per nome. Leonard cosa fai, mi dice. Vai a letto che si scivola, Leonard. Non mi chiamava Lenny come gli altri, lei. Leonard, mi chiamava. Aveva i capelli tutti spettinati ed era inginocchiata a terra. Cercava di togliere un po’ delle scaglie di quello stupido sapone. Piangeva. Quello stronzo di tuo padre, se solo fosse qui. [...] Spero davvero che sia morto nel più atroce dei modi, ecco. [...] Comunque mi sono avvicinato a lei e sono scivolato. Lei mi ha preso al volo tra le sue braccia, tra le sue mani che puzzavano ancora di pesce. Abbiamo riso un po’ per lo scivolone poi siamo stati in bagno, così, mi ha accarezzato i capelli e io come al solito pensavo che mi sarebbe rimasta la puzza nei capelli, ma vabbè. Ero un bambino pignolo, anche. Lei singhiozzava ma più piano. Mi stringeva e un po’ mi faceva male. [...] Ecco... quella volta lì... quella volta lì sono stato quasi sicuro di volerle bene. [...] Però il giorno dopo mi ha dato una sberla perché ho rovesciato un vaso. Allora magari non ero più così sicuro. Ero un bambino di merda... davvero. Ecco. [...] Io... non lo so. [...] E’ complicato... faticoso. [...] Sono quarant’anni che non assaggio del pesce.

non ricordo altro... ore 01:23 | link | commenti (5) | schegge come indizi: madre, padre, alzheimer
giovedì, 22 giugno 2006

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Mi scuso con i miei venticinque lettori per la momentanea stasi del blog.
Sto avendo un periodo complicato.
Dalla prossima settimana dovrei riprendere a scrivere e ad aggiornare.
Sopportate le mie idiosincrasie, se vi riesce. A me non riesce granchè.
Grazie.

D.

non ricordo altro... ore 21:57 | link | commenti (5) | schegge come indizi: comunicazioni di servizio
domenica, 28 maggio 2006

“Scotch on the rocks / You in my arms / Pour you a drink / Talk of your charms" Neil Diamond - Scotch on the rocks

Le ore scivolavano una dietro l’altra, coricandosi sul fondo scomodo di una sera di novembre, fredda. Len si riparava nella giacca strappata, al caldo di un bidone in fiamme. La barba incolta gli dava prurito e le mani nere di sporco non erano quasi le sue. Guardava gli occhi dei suoi laceri compagni di focolare e odiava l’idea di non trovarli poi così diversi da lui.
La differenza fondamentale, a cui si aggrappava tenace, era l’aver qualcosa da fare oltre al difendersi dal freddo e dalla città. Un compito, un contratto. Una morte a tavolino.
Il vicolo dava sulla strada che dirimpetto offriva invece, sfavillante, la visione di un centinaio di lampadine intermittenti. A intervalli millimetrici regalavano un nome, un marchio, uno spot, la straordinaria promozione della serata: cocktail e musica ad alto volume per i più, donne e cocaina ai migliori. La luce colorata delle lampadine squarciava il vicolo ogni 4 secondi esatti, stracciando miseramente la luce gialla e verdognola del bidone. Se c’era una qualche stantia poesia, in tutto quello scintillio di barboni in ombra, ogni 4 secondi fortunatamente annegava nel bagliore ritmico del venerdì sera allo Sparta.
Len se ne stava di spalle al locale ma, con la scusa di raggiungere la bottiglia nel sacchetto di carta, controllava i movimenti dei buttafuori. Erano tre, come nella migliore tradizione cinematografica; uno era bassetto, baffi da sparviero e mosca, abbronzato e prestante. Grosse orecchie. Aveva una postura molle, di chi vive sulle miserie altrui. Sicuramente era lui a gestire il mercato di coca.
“Scusa... amico... mi dai un po’ di quella roba che bevi...?” – sguardo fiacco, bava, naso schiacciato o più probabilmente rotto. Meglio tenerselo buono. Meglio tenerseli tutti buoni, quei suoi nuovi amici. “Tieni, bevi pure. Alla mia salute”. “Haha... sì... berrò... grazie...”.
Il secondo era massiccio ma non granché alto. Era di sicuro “l’addetto alle ossa rotte”, quelli che non fanno molta paura ma possono fare molto male. Si guardava attorno con circospezione, era nervoso. Di sicuro gli sudavano le mani. Avrebbe fatto la cazzata della sua vita, appena fosse stato messo alla prova. Gli si leggeva nelle basette storte.
“Božia matka, amico... dove hai preso questa roba? È oro... oro... porco cazzo...”. “Fai assaggiare, dannato sovietico”. “No ehi, l’ha dato a me, hai sentito? Tieni giù le mani o ti ammazzo...”. Lo Scotch stava facendo proseliti. Errore da principiante.
Il terzo era pura scenografia; due metri e oltre di muscoli e pancia, ma con ogni probabilità sfoggiava l’agilità di un bue muschiato. Anche in caso di confronto diretto, l’avrebbe potuto mettere fuori combattimento in venti secondi ribaltandolo a terra. In dieci secondi, se gli spezzava la rotula. In cinque con un coltello decente. Purtroppo non aveva armi al momento, per evitare fastidiose perquisizioni.
“Ehi amico... amico... posso averne un po’ anch’io? Guarda... guarda che quel cazzo di russo..”.
Il problema, contro ogni aspettativa, poteva essere lo spacciatore.
“Sono slovacco, hlupák!”. “Siete tutti uguali per me, maledetti comunisti!”.
I tre caballeros parevano aver notato il trambusto nel vicolo.
“E’ finita! E’ finita capitalista del cazzo, lo vuoi capire? Avete vinto, imbecilli, avete vinto! Contento?”.
Il bassetto parlottava col tipo dalle mani sudate. Guardavano infastiditi verso il bidone e Len stava iniziando a sentire una fitta al collo a forza di sbirciare da sopra la spalla. Doveva muoversi.
“Avete vinto questa guerra di merda ma non mi sembra davvero che il tuo culo sia meno freddo del mio, capitalista! Un applauso a sua maestà del mondo, nonché del reame del culo ghiacciato”. Prese ad applaudire fragorosamente.
Il fatto che persino l’armadio muschiato si fosse accorto dell’alterco e si fosse abbassato dall’iperuranio della sua ottusità fino all’orecchio degli altri due era decisamente preoccupante. Decise di intervenire.
“Silenzio”, disse Len. “Silenzio o vi stacco le braccia e le metto a bruciare nel bidone. Ci stanno squadrando, tra poco arrivano”. Non urlava, era calmo. Non li guardava neppure: fissava il fuoco ostentando ubriachezza e sonno. Per fortuna quando vivi per strada il cervello impara a lavorare al doppio della velocità: i due barboni colsero al volo la situazione e, affettando una sbornia allucinata, si abbracciarono ridacchiando, precipitarono a terra rumorosamente e dopo poco presero a russare. Len guardava il bidone. I buttafuori osservavano la scena inquieti.

Furono due minuti lunghissimi per tutti.

I buoni:
Len scorreva mentalmente le possibili azioni: non avendo armi, l’unica soluzione era farli avvicinare, rompere con dispiacere la bottiglia di Scotch e sgozzare il piccoletto, sfilargli la pistola dalla giacca – aveva notato il gonfiore – e con quella tenere sotto controllo gli altri due, innocui se tenuti a distanza. La paura di finire impiombati avrebbe fatto fare loro stronzate su stronzate. Poteva approfittare di questo particolare fondamentale per eliminarli. Ovviamente, ciò avrebbe significato bruciarsi la possibilità di risolvere il contratto passando per lo Sparta. Tre buttafuori massacrati sono un argomento abbastanza convincente per farti cambiare locale preferito. E il tipo in completo marrone era coglione, non stupido. Per Len voleva dire mettersi a studiare la planimetria di un altro locale, passare settimane in appostamento, aspettare aspettare aspettare. O magari cambiare del tutto piano. Nelle sue condizioni, non poteva permetterselo.
Jozef stava sdraiato a terra, avvinghiato a un Američan che puzzava di alcol e sudore. D’improvviso, si ricordava di quella sera d’agosto, della diretta alla radio, del rumore dei cingoli dei carri armati dentro Praga. E il commentatore che non sapeva che pesci pigliare, che cercava le parole per riportare la notizia nel modo più neutro possibile. E guardava sua madre che guardava suo padre, che di lì a qualche mese sarebbe sparito nel nulla. Jozef stringeva quel barbone pezzente e pensava alla merda ingoiata, all’odio sottile per Brežnev e tutti quanti, nascosto sotto tonnellate di orgoglio patriottico per la Santa Madre Russia. Pensava a lui che prendeva di peso sua madre e se la portava via, in America. Piangeva, lei. E un giorno moriva. Ed era curioso notare, in quella sera di novembre, che se trent’anni di Unione Sovietica erano solo riusciti a renderlo filo-americano, venti anni di Stati Uniti erano bastati per risvegliargli l’orgoglio e convincerlo a portarsi sempre dietro, nella tasca interna del giaccone, una foto sbiadita di Stalin che saluta la folla. Odiava quella gente fagocitante pacchettini e cibo. Deformi, mostruosi, cattivi. Nemici. Nelle strade ghiacciate di una qualsiasi metropoli, la guerra fredda è destinata a non finire mai. E ora questo yankee miserabile gli singhiozzava addosso le sue lacrime patetiche, farfugliando preghiere. Ma quel che era peggio è che stava iniziando a provare compassione, pena per quel relitto tra le sue braccia. E, nelle sue condizioni, non poteva permetterselo.
Brad detto Fagin tra i rantolii e il fiato mefitico del russo ripensava a quando era stato un attore della off-Broadway. Ricordava quando aveva sbagliato l’ingresso e per non farlo notare aveva improvvisato uno scivolone, la più vecchia delle gag; era venuto giù il teatro. Tutto andava dignitosamente, si faceva la fame ma la vita era bella, tra un vaudeville e una minuscola produzione. Un giorno passò un provino per uno spettacolo con Gene Kelly, una roba da nulla, faceva lo spazzino però cazzo, ballava con Gene Kelly. Non che lui fosse un gran ballerino, però... comunque si ricordava chiaramente quella lettera della Commissione sulle attività Anti-americane che lo invitava a un interrogatorio informale: volevano chiarimenti circa la sua simpatia per un’associazione culturale di stampo chiaramente bolscevico. La cosa si risolse in nulla ma il periodo di interdizione fu abbastanza lungo per deprimersi, abbandonare il teatro, diventare verduraio, sposarsi, bere, fallire, bere, divorziare, bere, diventare uno straccione, bere. E, mentre guardava il russo e la sua barba a dieci millimetri dal suo naso, ricordava le riunioni di quella associazione, in cui  degli studenti parlavano di una maggiore giustizia sociale per l’America e il mondo. E ora si sarebbe preso altre botte da dei buttafuori pidocchiosi. Bella giustizia sociale del cazzo. Comunisti di merda. Gli avrebbero spezzato le gambe, e avrebbe zoppicato, e sarebbe dovuto andare in giro con un bastone a chiedere l’elemosina, lui che una volta aveva ballato con Gene Kelly. Borbottava preghiere e suppliche, piagnucolando sommessamente. La cosa peggiore è che stava anche iniziando a pisciarsi addosso; lo sentiva dal calore sospetto tra le gambe; avrebbe presto bagnato anche il russo; lui si sarebbe incazzato e l’avrebbe picchiato pure lui. Altre botte. Questo, nelle sue condizioni, non poteva permetterselo.

I cattivi:
Il piccoletto, noto anche come Gable per via delle orecchie a sventola (anche se lui sosteneva lo chiamassero così per il fascino anni ’50), ragionava sulla situazione. Da dovunque la prendesse, la soluzione sembrava una sola: spezzare le ossa a quegli stronzi di barboni. Gli avrebbero procurato solo noie. Sarebbe arrivata la polizia e la polizia è notoriamente nemica delle persone per bene. Senza contare il discreto malloppo di cocaina che gli appesantiva le tasche. Stava aspettando un cliente molto ricco e molto stupido che voleva tutto e subito. Nella migliore delle ipotesi se non gli sbirri sarebbe stato il suo capo a scoprire il piccolo traffico che aveva amorosamente allestito per arrotondare lo stipendio da fame. In ogni caso, la situazione era merdosa e con molte chance di precipitare. Nelle sue condizioni, non poteva permetterselo.
Basette storte si chiamava Pedro e lo avevano assunto per pietà. Suo fratello era stato buttafuori ed era morto in una rissa, colpito fatalmente da una bottiglia di vodka panna e fragola. Pedro era notoriamente un cesso, sempre nervoso, e sudava come un elefante in un bagno turco. L’unica sua salvezza era stata essere di turno con Eugene l’armadio, molto più imbecille di lui. E comunque il lavoro di picchiatore lo faceva, sfruttando gli anni di pugilato dilettantistico. Il suo allenatore, Salvetti, l’aveva cacciato dopo aver tentato per la ventitreesima volta di insegnargli la finta di gambe. Ed era a questo che stava pensando, in quei minuti: che forse, improvvisamente, aveva capito cosa intendeva Salvetti per “gioco di gambe”. Moriva dalla voglia di mettersi lì a sperimentarlo, ma Gable gli stava dicendo che c’erano da sistemare dei pezzenti. Merda. Con loro non servivano le finte di gambe. Ormai più che nervoso era incazzato: avrebbe spezzato le ossa a quegli stronzi di barboni. Stava sudando. Ma doveva far capire che non era per paura. Suda sempre, lui. E’ una roba genetica, di famiglia. Non era paura, cazzo. Tutto normale, ok? Non poteva permettersi di perdere il posto, cristo. Nelle sue condizioni, proprio non poteva permetterselo.
Eugene era un armadio. Era poco coordinato fin da quando era piccolo, anche se per fare il buttafuori non serve a molto essere coordinati. Quando la gente ha paura di te non c’è bisogno di saper fare qualcosa oltre a... beh... fare paura. Ogni tanto ci teneva a far vedere che era bravo a osservare, o a pensare. Perché il fatto che fosse un armadio non significava mica che era scemo. Tipo quei barboni nel vicolo. Lui l’aveva capito subito che erano combina-guai, così l’aveva fatto notare a Pedro e Gable. E anche se loro dicevano di averli visti da un pezzo, lui non ci credeva. La gente faceva di tutto per farlo passare per idiota, era sicuro di averli adocchiati prima lui, e loro avevano solo ripetuto a pappagallo. Stronzi. Ora avrebbe dovuto fare paura. Sperava che quei barboni del cazzo non facessero resistenza. Odiava fare a pugni. Andava sempre a finire che un po’ le prendeva. E poi qualcuno lo offendeva perché era un armadio e però si faceva picchiare come un pupattolo. Senza contare che una bionda entrando nel locale gli aveva toccato gli addominali e fatto l’occhiolino. Probabilmente lo aspettava da qualche parte dentro. Nel bagno. O nel primo privé. O nel secondo privé. O al guardaroba. O al bar. O all’altro bar. Sperava non fosse una puttana di quelle costose. Nelle sue condizioni, non poteva permettersela.

I due minuti erano scaduti, lo stallo si stava per risolvere inesorabilmente. I tre, in silenzio, entrarono nel vicolo. Gable mandò avanti Pedro e Eugene, nascondendosi dietro le loro capienti spalle. Len bestemmiò sottovoce e cambiò in corsa il piano; con un balzo fu verso l’armadio, colpì col piede l’incavo del ginocchio destro facendolo sbilanciare abbastanza da circondargli il collo col braccio sinistro e usare l’omaccione come scudo contro il tipo dalle mani sudate e la pericolosa pistola del piccoletto. Nel frattempo con la destra recuperava la bottiglia, apprestandosi a spaccarla in testa al più vicino degli altri due. Cogliendo il momento giusto, si avventava in avanti, per colpire...

E

Poi

Il

Buio

.

...

Il vetro si infranse a terra facendo un rumore amplificato dai muri, attutito dalla spazzatura, percepito dai corpi. Eugene non capì cosa stava accadendo. Pedro e Gable guardavano il vecchio barbone tendere minaccioso il braccio disarmato, mentre la bottiglia, in frantumi, spargeva su un asfalto poco riconoscente del costoso, ottimo Scotch.
Len tremava impercettibilmente, sbarrando gli occhi.

“Che... cazzo... mi... succede..? Non... riesco... a...”.

Cadde a terra senza fretta. Un vetro gli si conficcò nella gamba destra. Non sentiva alcun dolore. Non riusciva a muoversi. Aveva perso il controllo dei suoi muscoli. Sanguinava placido sdraiato in un vicolo buio, illuminato appena da un bidone in fiamme e, ogni 4 secondi, da luci colorate che entravano di sbieco, ridevano di lui e se ne andavano com’erano venute. I tre compari si unirono alle risate luminose.

“L’hai visto il vecchio? Pensava di farci secchi...”. Calcio nello stomaco.
“Barbone di merda, mica siamo così scemi!”. Calcio nello stomaco.
“Ringrazia il cielo che preferiamo gli sbirri lontani da qui...”. Calcio nello stomaco.
“...o ti ammazzeremmo a calci”. Calcio nello stomaco.

Sangue dalla gamba, sangue dalla bocca. Rumori in sordina di passi in corsa.

“Ehi, Gable, gli altri due straccioni stanno scappando!!!”. “Lasciali andare... colpirne uno basta ad educarne cento”. “Hai capito la lezione, stronzo!?”. “Ok, basta, ragazzi, non voglio che schiatti qua, e poi abbiamo lasciato l’entrata sguarnita. Andiamo, non darà altri problemi..”. Si allontanarono ridendo scompostamente, contenti di quella piccola rivincita sulle grane quotidiane.

Len respirava con difficoltà. Aveva riacquistato il controllo, era in grado di nuovo di far funzionare braccia e gambe. Non capiva cosa cazzo gli era successo, era diventato tutto buio e d’improvviso era handicappato, completamente. Ora invece era ferito ma vivo, niente di cui preoccuparsi, era sopravvissuto a cose ben peggiori. Poteva di nuovo camminare. Guadagnò una posizione all’incirca eretta, si trascinò appoggiato al muro. Zoppicava e buttava sangue. Strappò una manica della camicia, ci fasciò la gamba, strinse fino a farsi male. Per evitare un altro confronto fece il giro del palazzo e fingendo di essere soltanto ubriaco guadagnò una distanza sufficiente per fermarsi e riflettere; si sedette sui gradini di una chiesa battista. Quello che era appena successo era pericoloso. Decise che non avrebbe continuato la missione fino a quando non avesse chiarito che cosa l’aveva colpito quella notte. E, per questo, aveva bisogno di un medico.
Respirò a fondo e si alzò. Camminava piano, lasciando sul lastricato della strada vecchia orme rosso scuro.


Post Scriptum: da qualche parte due uomini in fuga si fermavano e tiravano il fiato ridendo, felici di essere ancora vivi, abbastanza per odiarsi a vicenda. Si guardarono negli occhi a lungo, respirando a fatica; sapevano di essere pronti a scannarsi di nuovo, appena il giorno avesse decretato la fine di quella momentanea tregua nella loro personale, personalissima, guerra fredda.

non ricordo altro... ore 12:38 | link | commenti (4) | schegge come indizi: pedro, sparta, completo marrone, gable, eugene
domenica, 21 maggio 2006

"And it’s time, time, time that you love. And it’s time, time, time..." Tom Waits - Time

Una puttana non è una donna, Leonard.
Già. E allora cosa ci fai su questo viale di auto notturne e rumori attutiti, nascosto in un impermeabile che ti difende appena dal freddo infame che tira sempre, quaggiù?
Cosa ti porta di fronte allo sguardo triste di una puttanabambina truccata come una vecchia baldracca?
Troppo rossetto e cipria e mascara le imbrattano il volto, maschera orrenda di innocenza dissoltasi una notte sporca di qualche anno fa.
Che cosa ti ha fatto decidere che sarebbe stata lei, per stanotte, che assurdo meccanismo ha trasformato in donna la sua ridicola caricatura?

Eppure tu sembri diverso, Leonard. Ti si legge addosso ma, per una volta, non negli occhi - niente retorica, per stasera, i tuoi occhi sono opachi, neri come il dolore. Ti si legge piuttosto nei vestiti, troppo belli per una puttana, troppo puliti per una puttana. Ti si legge nelle mani, curate, quasi da donna, se solo non avessero dentro quella forza lancinante quando accarezzano una spalla, toccano un seno, stringono un braccio, una pistola, un collo, bianco.
Chi sei, Leonard?
Non una parola a quella ragazza, non una parola, solo un pugno stretto steso di fronte a te. Una stretta spaventosa.
Una puttana non è una donna, Leonard.
E il perché sta tutto dentro quel pugno serrato, in cui riversi tutta la rabbia che conosci, morsa che si allenta all’improvviso nell’istante in cui capisci che questo, ora, fa parte di te. Quel denaro che la tua mano mostra timidamente, stropicciato e umido di sudore e odio, testimonia quello che sei. Forse.

è la visione di una mano paralizzata in un artiglio, in un fiore di carne avvizzito che schiude bilioso un sesso verde chiaro, marchiato a inchiostro col volto sorridente di george washington; e un’altra mano, infinitamente più piccola, ingiustamente più piccola, corre a recuperarlo, ghermisce famelica quella promessa di cibo, affitto, e magari delle scarpe nuove.
l’altra parte della promessa, quella che comprende la violenza e l’amore di lattice di quella notte che l’attende, non si legge. forse è scritta sul verso. (novus ordo seculorum).

Da dove viene questo denaro, Leonard?
Quante ore di lavoro possono stare stipate in una notte?

Una puttana non è una donna.
Forse è per questo che ci ripensi, che la fermi, che le stringi un braccio, che la tiri a te mentre cerca di mettere via quei soldi sgualciti?
È per questo che stringi così forte, Leonard?

[ mai    fidarsi    di    una    puttana    ]

è la visione di un artiglio rapace, una mano enorme, bruna, che si avventa su un’altra mano, piccola, sporca di smalto vecchio di giorni.

- Più... tardi...

Esiti, Leonard?
Quella pausa tra due parole grattate via dall’ardesia notturna, quella linea spezzata, quel pensiero che ha trafitto crudele il discorso, era forse un’esitazione?

la visione per una volta non c’è, la visione è sostituita dall’incontro inusuale di due traiettorie divergenti per natura, di due paia di occhi – gli uni bruni, giganteschi, gli altri piccoli, sporchi di smalto – che si incontrano in un incidente stradale di pensieri, sfondando le barriere che li rendono così diversi, trovandosi divelti, espulsi, scaraventati, dirottati, deragliati. nudi.

L’hai guardata per un secondo negli occhi attraverso gli strati infiniti di ombretto, mascara e finzione e cos’hai visto?
Una puttana non è una donna, Leonard, questo lo sai benissimo.
E allora cos’è?

A vederla da fuori è una scena surreale, patetica: un uomo impigliato in un impermeabile grigio fumo segue una ragazzina alta la metà di lui che cammina malferma su dei tacchi alti, troppo alti per lei, e troppo colorati per appartenere alla notte. A vederla da fuori non appartiene a nulla, questa ragazzina. Appartiene a te, forse. Per una notte. La prossima chissà. Una comproprietà col mondo intero, al modico prezzo di qualche pezzo di carta stropicciato. Un uomo d’affari, in un certo qual modo.
Come ti ci senti, Leonard?

***

è la visione di un mostro grigio a sei piani, ma non grigio per il colore; è come se un colore qualsiasi ci fosse stato, anni fa, ma qualcuno gliel’avesse strappato via a morsi e l’avesse lasciato lì a sanguinare. un sangue grigio.
è una geometria al limite dell’ossessivo, quadrati su quadrati su quadrati dentro quadrati, col quadrato più piccolo divorato da quello più grande, in una perversa legge della giungla edilizia che si perpetua all’infinito. è la visione di una follia legittima, legalizzata, accettata e cartabollata, caso più unico che raro.
la testimonianza  giace dimenticata al terzo piano dell’ufficio del catasto, interno 2, stanza 15, schedario vicino alla finestra. vedere per credere.

La ragazzina è impacciata, imbarazzata: straparla; ti infastidisce, non lo sopporti. Perché non se ne sta un po’ zitta, ti chiedi. Sarebbe tutto più facile, tutto più semplice, senza bisogno di pensare troppo...

- Che ... che cosa fai nella vita?
- Ragazza, mi pareva che non si parlasse poi così tanto, nel tuo ramo...
- È solo che... non vorrei solo...
- Cosa?
- Vorrei che fosse solo più... scusa.
- Sei... sei strana, ragazzina. Le cose sono quello che sono. E basta.

una scena surreale: un uomo sempre più piccolo, che sprofonda nel suo bell’impermeabile grigio fumo /// una maschera di trucco che non riesce a mascherare un bel niente: stupore + delusione + ferita sottile in mezzo al petto, un po’ più a sinistra. a far compagnia alle mille altre prima di questa.

- Io... io... ok, va bene, hai vinto, ragazzina. Ma non ti farà piacere saperlo...
- Dici? Io invece credo di sì.
- Allora chiedimelo.
- Cosa?
- Che cosa faccio per vivere.
- Che cosa fai per vivere?
- Uccido la gente.

stop.
respiro sospeso. tempo sospeso. sguardi nel vuoto. uno immobile, di cera. l’altro sbarrato, che cerca uno straccio di verità in quegli occhi in pausa che ha di fronte.
poi, di colpo, riprende. e il tempo, per reazione, è come se andasse al doppio della velocità: dopo il silenzio il frastuono, dopo il nulla, tutto.
fast forward.

Non te lo aspettavi, Leonard?
Una risata che ti esplode in faccia, a bruciapelo, una granata emozionale. Ti ustiona la pelle, ti manda a fuoco i nervi, ti incendia i sensi, ma per il momento ti trattieni.
Esploderai anche tu, Leonard?
Quando?

- Oddio... e io che per un istante c’ho creduto... uccido la gente... roba da pazzi... Comunque se non ne vuoi parlare non importa, non preoccuparti. Fa lo stesso, era solo per ingannare il tempo.

La ragazzina sorride. L’hai messa a suo agio. Camminate lungo il corridoio di ingresso del palazzo: lei un po’ più avanti, a far strada, tu un po’ dietro, defilato. Mantieni le distanze.
Una puttana non è una donna, Leonard, e non lo sarà mai.

***

 L’ascensore è minuscolo, vecchio quanto il palazzo; fa un rumore strano quando si aprono le porte, un breve cigolio in punta di piedi. Entri dentro e nell’istante in cui le porte si chiudono ti ritrovi solo, tu e questa donna in miniatura. O, per meglio dire, questa puttana.
Il suo profumo volgare riempie in fretta la cabina, invisibile.
Non respiri, Leonard?

stop.
primo piano secondo piano terzo piano quarto piano quinto piano, quanti secondi, quanti minuti?
primo piano secondo piano terzo piano quarto piano quinto piano, finirà questa tortura?
primo piano secondo piano terzo piano quarto piano quinto piano, sempre più su.
primo piano secondo piano terzo piano quarto piano quinto piano, bisogno di ossigeno.
fast forward.

Quando le porte si riaprono ti precipiti fuori. Riprendi fiato. Lei, ride.

una scena patetica: un uomo sempre più vecchio prostrato su un pianerottolo di mattonelle bianche che respira affannosamente. un impermeabile grigio fumo si sporca la coda di polvere. risate.

- Ma cosa fai? Sei ben strano, sai? Forse non ho fatto bene a portarti qui.
Due volte, questa sera, quei denti hanno riso di te. E i polmoni ti fanno un po’ male. E il cuore batte un po’ più veloce del solito.
Cosa ci fai qua, Leonard?

- Comunque questo è il mio... come dire... ufficio. Appena trovo le chiavi si entra...

la visione è sempre la stessa: una mano minuscola che cerca. si lascia fagocitare senza peso da un’orca color crema, di pelle, e ne agita il fondo senza tregua. ma è un attimo. la mano esce trionfante dal ventre del mostro recando con sé una luccicante avvisaglia di morte.

- Eccole... scusa, non trovo mai niente, qua dentro...

Non puoi fare a meno di fissare il mazzo di chiavi che lei ti sventola davanti, mentre ti aumenta la salivazione e il battito ti si fissa su una quota interessante. La chiave entra piano nella serratura, senza intoppi, e con un giro di polso si avvita su di sé. Un rumore secco, metallico, e la porta è aperta.

stop.
immobile di fronte al buio rassicurante dietro la soglia. immobile di fronte a qualcosa che potrebbe essere tua figlia. immobile, come in attesa. di cosa?

- Beh? Non entri?

Non entri, Leonard?

ricordi sparsi. odore di carta. un biglietto riaffiorato dai fondali oscuri della memoria.

Amami, Leonard. Per tutta la notte. Che domattina sarà troppo tardi, come ogni mattina.
Il sole sorge e ci riveste, e non c’è nulla da fare; abbiamo solo la notte per essere nudi.
Cerchiamo di succhiare via i secondi lentamente, senza permettere che la luce ci faccia del male.
Non ancora, almeno.
Solo le lenzuola tra noi e il mondo, qualche millimetro di stoffa per difenderci. E poi noi.
Carne tremante nel buio, fino all’incontro quasi casuale. Pelle contro pelle, di nuovo.
Un calore noto. Respiro d’affanno. Sudore buono, dolce.
È così che si scaldano gli eschimesi, sai?
I vestiti sono d’impiccio, freddi. La carne invece è calda, viva.
Così, di nuovo, noi. Come eschimesi...

fast forward.

***

è la visione di un groviglio informe. una chimera post-moderna, post-umana, post.
quattro braccia due teste quattro gambe, in movimento, tra luce e notte.

È bello dimenticare, vero Leonard?
Quello che sei e quello che sei stato sfumano mentre ti muovi intorno-addosso-dentro questa ragazzina, questa puttana. Bambina. E non è una cosa involontaria, per una volta. Non è come dimenticarsi di ritirare la giacca in lavanderia, o la faccia che hai. È un dimenticare cercato, voluto, un oblio consapevole. È la cognizione istintiva che tutto quanto sta fuori di quella porta non è che abbia smesso di esistere, semplicemente ha smesso di avere importanza. Non sai più chi sei. E, per una volta, è un bene. Lei è sottoposta a ogni tua volontà, non c’è nulla che non farebbe se tu lo volessi. E tutto questo al modico prezzo di una manciata di carta stampata. Idiota, come baratto.
Ti senti meglio, ora, Leonard?

niente visione, solo: carta da parati color ghiaccio. mobili in vero truciolato finto noce. poltrone ricoperte di polvere. lampadario rosa chiaro sbiadito. cinque lampadine. spenta. spenta. spenta. spenta. accesa ma a tratti, sconvolta dal crepitio sfibrato della resistenza: imperterrita si infuoca di un rosso luce che però torna a morire a breve. in attesa di risorgere di nuovo dalle sue ceneri metalliche. letto di metallo cromato. materasso. niente lenzuola. nudi. groviglio di corpi. nudi. freddo. nudi. volto di donna che appare  e scompare nel buio della stanza, al ritmo di una lampadina stanca e di una resistenza moribonda. nudi. freddo.

Cosa stai dicendo, Leonard?
Hai preso a sussurrarle all’orecchio, troppo basso perché possa sentirti.
Il balbettio demente di un vecchio, forse? Le tue mani curate nascondono questo, Leonard?
Una follia coltivata con cura per anni tra le mure del tuo ufficio? O magari della tua bella casa?
L’impermeabile grigio fumo è a terra. Su di esso, un reggiseno nero e dei tacchi altissimi, di un colore orrendo. Gli altri tuoi vestiti sono poco lontano, ma sono comunque troppo lontani da te. Non ispiri più lo stesso rispetto, non hai più lo stesso carisma, senza. Sei solo un vecchio, come tanti.

una scena surreale: un vecchio che recita un mantra che solo lui conosce all’orecchio di una bambina. una litania antica, ancestrale, ipnotica. come eschimesi. come eschimesi. come eschimesi. come eschimesi. come eschimesi. come eschimesi. come eschimesi. così, di nuovo, noi.

- Stammi lontano!!

stop. again.
la litania si ferma. il movimento si ferma. i rumori si fermano. la resistenza decide di morire, e non si riaccende più. rimane solo il buio. e il silenzio.
fast forward.

- Mi... mi fai paura... stammi lontano...

Le lacrime si sentono. Fanno un rumore strano. Le senti le lacrime, Leonard?

- Nudi... di nuovo... io e te... è... è buffo, sai... ho una specie di vuoto di memoria... non.. non ricordo come siamo finiti qui... a fare l’amore... è... è strano... magari è che ho bevuto... non ricordo... ho bevuto, Sarah?
- Sarah? Ma chi cazzo è Sarah?
- Eh? Stai scherzando? Io avrò anche bevuto ma anche tu ... Sarah... cosa c’è?

è la visione di una mano bruna, enorme, inaspettatamente gentile, che si avvicina a una spalla, la accarezza, poi scende verso il seno piccolo, acerbo. una mano enorme, buona, con dentro una forza lancinante, se solo volesse. ma non vuole.

- LASCIAMI STARE, PAZZO!!

è la visione di una mano piccola, insignificante, che si avventa incauta su uno scoglio enorme, bruno, calato senza forza su di un seno adolescente.

- Lasciami! Lasciami!! LASCIAMI!!
- Sarah, ma che ti prende?
- Io non sono Sarah!! Smettila di chiamarmi così! Ora chiamo la polizia!

Sei confuso, Leonard? Ti sei talmente dimenticato di te, nell’oblio a pagamento che volevi, da non ricordarti davvero dove sei e cosa stai facendo?
L’hai spaventata, si libera come può dalla stretta in cui la tua mano forte l’ha rapita e si getta sull’abat-jour a lato del letto, verso il telefono e la fine di un incubo.

stop.
fiat lux. luce brutta e impietosa rivela maschera trasfigurata di trucco eccessivo impastato di lacrime e paura. maschera orrenda. mascara che sanguina. mascara che sanguina. mascara che sanguina sulle guance. piano.

Sembri deluso.
Mentre la luce ti sorprendeva in un sorriso ebete da ragazzetto in amore, il tuo sguardo è precipitato sulla sua faccia. Facendoti male.

- Chi... sei?
- Chi sono? Ma che cazzo dici, vecchio? Mi hai caricato tu mezz’ora fa e non ti ricordi chi sono? Stavamo scopando su questo letto con te che mi sbrodolavi frasi insensate nell’orecchio... ma ti sei bruciato il cervello?
- Dov’è Sarah?
- Io... io... chiamo la polizia...
- Dov’è Sarah?
- Smettila di chiederlo! Non so dove sia! Non so neanche chi cazzo sia! Non so niente! Vattene... ti prego...

/// è un lampo. le parole le si strozzano in gola mentre una mano bruna, enorme, viola il suo collo, bianco. è un lampo. lo cinge alla base e poi stringe, forte, di una forza lancinante. è un lampo. stringe fino a che il bianco non diviene rosso, stringe a fare male. è un lampo. stringe, e lei si sente morire. ///

- Non... non lo fare... non... no... ti prego...
- Dov’è?
- Ma... io... non... so... di cosa stai parlando...

Chi è Sarah, Leonard?
Chi sei tu, Leonard?
Dov’è Sarah?
Domande su domande. Non credo otterranno risposta neppure queste. Ma mentre stringi quel collo di ragazza, mentre guardi le sue lacrime nere di trucco colare giù fino a bagnarti le mani, mentre ti bagni del suo dolore, che cosa stai pensando?
D’un tratto ti volti, a cercare incessantemente qualcosa che trovi infine nella giacca gettata sulla poltrona vicino al comodino. La afferri con la mano libera e da una tasca interna estrai una piccola pistola nera. Minuscola. Talmente insignificante da sembrare innocua.

- O dio, no... dio no... ti prego...
- Dov’è Sarah?

Punti la pistola alla sua tempia, mentre con l’altra mano continui a stringerle il collo. Sei spaurito, confuso. Ti si legge negli occhi. Strano. Hanno smesso di essere insondabili. Di colpo, sono trasparenti come vetro sottile. Sei nudo.
E una puttana bambina ti sta guardando dentro.

- Ti prego... ti prego... non so nulla... ma se vuoi ti aiuto... se... vuoi... conosco molta gente...

click. cane tirato all’indietro. click. rumore da nulla. click. messaggero di un fragore solo rimandato. click. ha paura. click. anche tu. click.

Quanto dura un minuto, Leonard?
Le tue mani sono fradice, e hanno smesso di essere brune; stanno diventando nere, a poco a poco.
Lacrime nere.
Sposti la pistola dalla sua tempia sinistra per puntargliela dritta in fronte. Invece su un’altra fronte, la tua, iniziano ad apparire piccole gocce insicure di sudore. Freddo come ghiaccio.

una scena surreale: due corpi nudi, vivi come mai prima d’ora, forse, su un letto.
cercano calore.  trovano una pistola.
le pistole sono fatte di metallo. il metallo è un buon conduttore termico. ma.
ma questa volta, inspiegabilmente, il calore resta dov’è, fermo dentro i due corpi. non condiviso. diviso.
l’unica cosa che il metallo riesce a trasmettere è il suo freddo infernale.
o forse è solo che i due corpi non hanno più calore da dare. freddo. freddo infernale.

- Dov’è Sarah?
- Ti ho detto che non lo so... lasciami andare...
- No.
- No..?
- No. È troppo tardi per andare. Restiamo qui. Al sicuro. Al caldo. Io. E te.

è la visione di un materasso bianco che diventa irrimediabilmente rosso. è l’esplosione di colore che capovolge l’apnea visiva di un arredamento minimale.
rosso ovunque. anche sul pavimento. anche sul lampadario rosa pallido, sbiadito. anche sul muro color ghiaccio.
sangue sul ghiaccio. rosso sul blu. caldo sul freddo. qualunque cosa, da qualsiasi parte la guardi, si risolve sempre nello stesso modo. caldo. e freddo. calore. o assenza.

Che cosa hai fatto, Leonard? Che cosa hai fatto...
Rimani seduto con la pistola in mano. Su un materasso rosso, vicino a un corpo che sta esalando piano il suo calore. Perso per sempre.
Il tuo sguardo è fisso fuori, verso il mare, dove il sole sta sorgendo di antico splendore.
Allora ti alzi e vai verso la finestra, come in trance.
Che cosa vedi, Leonard?
 
una scena patetica: un vecchio in piedi, nudo, che guarda fuori dalla finestra. in mano ha una pistola. vicino c’è un letto e un corpo, intrisi entrambi di sangue.
la stanza è un oceano di ghiaccio. in mezzo, un’isola: calore rosso fuoco.

Una puttana non è una donna, Leonard. Non la tua, almeno. Non più. Il sole è sorto di nuovo e ti ha scoperto nudo, e indifeso. Ma non preoccuparti, il giorno farà presto a rivestirti, come ogni volta.

stop.
da lontanissimo, in sordina, torna il mantra, la litania, il cantico. lo mastica senza fretta e poi lo sputa fuori. ma adesso non c’è più nessuno a sentirlo. solo un sole sordo. in un oceano di ghiaccio.

- Così, di nuovo, noi. Come eschimesi... come eschimesi...


...fast forward?

non ricordo altro... ore 14:49 | link | commenti (4) | schegge come indizi: sarah, puttanabambina, eschimesi
lunedì, 15 maggio 2006

"Just a perfect day / drink Sangria in the park / and then later, when it gets dark / we go home" Lou Reed - Perfect day

Una bella giornata: sole che taglia di sbieco le foglie di un platano. Fotosintesi. Ossigeno.
La gente respira a pieni polmoni, con la convinzione nascosta che sia l’ultima volta. Con ogni probabilità le loro convinzioni saranno disattese. Per stavolta.
Una panchina di legno consunta e scolorita accetta indolente il calore e il peso di un corpo vecchio almeno quanto lei. L’uomo è sulla sessantina; i capelli corti corti, tagliati a spazzola, sono ormai da tempo in cammino sul loro candido viale del tramonto, come da copione. Alcuni, particolarmente restii alla vecchiaia, mostrano rabbiosi il loro nero vivo e per ora resistono bene. Altri ancora hanno desistito tempo fa abbandonandosi senza forza a una pietosa spazzola e a un poco accogliente cestino, o peggio.
Una mano curata, bruna, ogni tanto li passa veloce in rassegna, come a controllare che stiano ancora tutti lì: non si sa mai. Il sole è caldo, così va a finire che la mano si bagna di quel sudore appiccicoso che la cute rilascia con ostinazione.
Gesto successivo: mano distratta si spalma sulla gamba, destra, ormai placidamente abituata alla violenza solita.
Il velluto, grigio, si impregna piano di sudore.
Gesti meccanici, ciclici. Nient’altro.

Nient’altro: la fronte, che senza far rumore ruba sempre più spazio a quei capelli stanchi, è del tutto rilassata, non un muscolo fuori posto; gli occhi incastonati là sotto sono immobili, fissi, imperturbabili; la ferita sottile sotto il naso non assomiglia quasi più a una bocca, solo una sorta di cicatrice idiota che gli cancella la faccia da destra a sinistra.

Solo, se ascolti, respira.

E ogni tanto, al limite dell’udibile, proviene un verso da quella fessura: non un suono distinto, articolato, ma nemmeno uno di quei rimescolamenti di saliva che dopo una certa età diventano patrimonio personale imprescindibile.
Una serie di colpetti ritmici con la lingua, qualcosa di simile a quello che fanno i fantini per incitare i cavalli al trotto.

Campo lungo: una domenica qualsiasi annegata nel sole e nella gente a passeggio.
Invadono il campo, in ordine sparso ma con un certo criterio, una signora con bambino appresso, un tizio decisamente nervoso che incespica ad ogni radice o sasso, un venditore di religione porta a porta, una famiglia fieramente obesa al gran completo, una ragazzina che canta imperterrita, felicemente ignara dei suoi sedici anni.
Fendono il suo campo visivo in modo del tutto inutile. Non che a loro importi granché.
Ora, sono passati.

Campo lungo: una panchina, un platano, un uomo.
Intorno, il vuoto.
Un cane.
Il vuoto, di nuovo.

Ora che sono soli, uomo, panchina e platano, ora che non c’è nessuno e il silenzio incornicia amorevole il suo respiro e i suoi schiocchi, ciclici, ora che è lì e può dimenticarsi degli altri riesce a prendere la borsa di pelle coricata ai suoi piedi - bella ma vecchia, bella in quanto vecchia – e a poggiarsela delicatamente sulle ginocchia.
Apre con uno scatto la serratura rossa di ruggine ed estrae dal fondo due libri.
Uno grande, uno enorme: il primo è un libro di medicina, di quelli zeppi di immagini e foto e dettagli anatomici raccapriccianti, il secondo ha tutta l’aria di essere un vocabolario.
Mette da parte per il momento il libro enorme e si concentra su quello grande.
Lo apre a pagina 236, dove ha messo un segnalibro: una foto di un uomo in completo marrone con un cappello ridicolo. Prende il segnalibro distrattamente e se lo porta verso il taschino della camicia. Ma, d’un tratto, si ferma.
Con un gesto millenario lo allontana da sé e se lo pone di fronte agli occhi, distendendo tutto il braccio.
La fronte si corruga appena con un movimento veloce delle sopracciglia che si incontrano, si baciano e si lasciano, tornando a stendersi poco sopra gli occhi, come sempre.
Gli occhi, appunto, sono impegnati a scansionare quell’uomo, il suo completo e il suo cappello, ridicolo.
Dopo qualche secondo l’angolo destro della cicatrice si alza, trascinandosi dietro il resto dei muscoli della faccia in un’espressione che in pochi definirebbero sorriso, ma che a tutti gli effetti dovrebbe esserlo.
 
- Strano. Ti ricordavo diverso. Meno coglione, forse.

La voce è un sussurro, una lima di ferro che sporca l’aria spalmata attorno al vuoto desolante di una panchina nel parco.
E un riso leggero bagna improvviso la stessa aria, una risata che non ti aspetteresti, da una lima.

Piano americano: un vecchio che ride su una panchina. In mano, un libro grande. A fianco, uno enorme.

non ricordo altro... ore 09:25 | link | commenti (3) | schegge come indizi: libro grande, libro enorme, completo marrone
venerdì, 12 maggio 2006

“You broke another mirror / you're turning into something / you are not.” Radiohead - High and dry

Len, senza pensarci troppo, sparò.
Fu un rumore secco, come di martello.
Come di martello su un'incudine, a forgiare ferri antichi, spade, armature.
Uno sparo antico, ma preciso, con la maestria del fabbro che forgia, antichi, ferri inutili, vestigia lussuose di un passato di ruggine e sangue.
Uno sparo antico. E inutile.
- Crepa, stronzo.
Aveva mirato in piena fronte, baricentro bastardo di uno sguardo sottile, occhi di cera, a fissarlo, implacabili. Poco più sotto, due labbra grigie socchiuse in una smorfia, o forse un sorriso. Chissà.
Un viso elegante, tutto sommato, sporcato appena da una barba incolta, bianca, macchia imperfetta e bellissima che quadra il cerchio della perfezione noiosa di un volto qualunque. Elegante.
Len se l’era trovato davanti, all’improvviso, mentre guardava altrove – mai distrarsi, idiota! – e l’apparizione era giunta eterea portando con se la minaccia familiare di sangue, e dolore, e morte.
E occhi di cera. A fissarlo. Implacabili.
La minaccia era diventata una sensazione, la sensazione un movimento, preciso e consueto: spostare di poco la giacca, quanto basta perché la mano, destra, sfiori un calcio bianco, immacolato, oceano di latte da cui emerge in silenzio un vulcano, metallo nero.
E poi estrarre, con le dita strette intorno a quell’oceano, tutte tranne due, che fanno il lavoro sporco.
Cane, e grilletto.
E poi notare che gli occhi di cera ti hanno imitato in tutto e con lo stesso gesto preciso, consueto, spostano la giacca ed estraggono il vulcano nero, meraviglia simmetrica di una consuetudine.
Una danza, una coreografia, se la guardi bene.
Identici, simmetrici.

 Un solo volo d’occhi, rapido, discende lungo la sua spalla, giù giù lungo braccio polsino mano pistola e poi coprire il vuoto che c’è tra due sguardi armati fino ad incontrare, di nuovo, una pistola un polso un braccio una spalla un volto, qualunque.
E occhi di cera. A fissarlo. Implacabili.
- Un mancino – pensò Len – Dicono che i mancini siano estrosi. Era meglio se ti davi alla pittura,
coglione. Il migliore. Hai di fronte il migliore. Sei fottuto. Crepa, stronzo.
Un rumore secco, come di martello.

Ora, quando sei abituato a sparare, a uccidere, hai anche in mente, nitida, l’immagine che ne consegue. E di solito è un’orgia cruenta di sangue e cervella. E un rumore sordo, ovattato. Come quando si spacca un melone, l’estate. Un colpo solo, deciso, teso a spezzare un equilibrio apparentemente inattaccabile. Len c’era abituato, ormai, e quando uccideva un uomo, ogni singola volta, per un secondo, in testa, gli veniva l’immagine di suo nonno che spaccava un melone, l’estate.
Una cosa orribile, se volete, ma anche bella, se ti fermi a pensarci.
E Len, in quel momento, non stava aspettando altro: un rumore sordo, ovattato. Un melone spezzato, l’estate.
E invece.
Un frantumarsi di sogni, nelle orecchie.
Come un elefante in una cristalleria.
Questo pensò in quel momento: come un elefante in una cristalleria.

L’immagine improvvisa, la visione assurda di un volto qualunque si riga veloce da una parte all’altra, ferita profonda che la spacca, la frantuma, la spezza in infiniti frammenti.
Occhi di cera.
Occhi di cera.
Occhi di cera.
Occhi di cera.
Occhi di cera.
Occhi di cera.
Occhi di cera.
Occhi di cera.
Occhi di cera.
A fissarlo.
Implacabili.
Infiniti.

Frammenti di specchio.
Infiniti.
Infranti.

- Merda – sussurra piano Len – Merda.
E il braccio, rotta la tensione della mira, prende ad abbassarsi stanco, deluso. La pistola in pugno, ancora, stretta, vulcano sporco di un’eruzione inutile.
Len guardò a lungo quegli occhi, per istanti lunghi come ore.
Guardava quegli occhi di cera – implacabili – e cercava, cercava disperatamente, di riconoscerci i suoi.
Ma gli occhi erano muti e non c’era verso di trovarvi dentro qualcosa di suo, qualche ricordo sensazione amore odio.
Nulla. Cera. Implacabile.

E allora il braccio, piano, piano, riacquista la tensione, arciere antico in cerca di un bersaglio vero. Punta la fronte, ancora. Una delle fronti.
Una delle infinite fronti.
Le dita strette, tutte tranne due, a fare il lavoro sporco.
Cane, e grilletto.
- Crepa, stronzo.
Un rumore secco, come di martello.
E il disintegrarsi del tutto di una visione, di un ricordo, di due occhi. Di cera. Scomparsi.

Alzheimer. Morbo di.
Eterno crearsi e disfarsi di ricordi.
Dimenticare. Sempre.
Una bella rogna, se sei un killer, il migliore.
Se hai da uccidere un uomo.
Se non ricordi nemmeno la sua faccia, a volte.
Se non ricordi nemmeno la tua.
-  Merda – sussurra piano Len – Merda.


non ricordo altro... ore 13:49 | link | commenti (13) | schegge come indizi: prologo, specchio, alzheimer